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Marsilio Ficino e il Pimander: la traduzione che cambiò il Rinascimento

Come Cosimo de' Medici fece tradurre a Ficino il Corpus Hermeticum nel 1463, la stampa di Treviso del 1471 e la fortuna di Ermete nel Rinascimento.

Nella Firenze del Quattrocento, un manoscritto greco cambiò l'ordine di lavoro della più famosa accademia filosofica d'Europa. Intorno al 1460 il monaco Leonardo da Pistoia, incaricato da Cosimo de' Medici di cercare codici antichi, portò dalla Macedonia una copia di quattordici trattati del Corpus Hermeticum. Cosimo, ormai anziano, chiese al giovane Marsilio Ficino di interrompere la traduzione di Platone e di dedicarsi subito a quei testi.

La scelta di Cosimo

La decisione si spiega con la convinzione, condivisa da molti umanisti, che Ermete Trismegisto fosse un sapiente antichissimo, vissuto all'epoca di Mosè o poco dopo. Tradurre i suoi scritti significava risalire alla sorgente della sapienza, prima ancora di Platone. Ficino completò il lavoro nel 1463 e lo intitolò Pimander, dal nome della figura divina che compare nel primo trattato, il Poimandres.

Nella dedica a Cosimo, Ficino descrisse una genealogia della sapienza antica: da Ermete la conoscenza delle cose divine sarebbe passata a Orfeo, ad Aglaofemo, a Pitagora, a Filolao e infine a Platone. È la dottrina della prisca theologia, la teologia antica, che vedeva nei saggi pagani precursori del cristianesimo. In questo schema Ermete occupava il primo posto.

La stampa e la diffusione

Il Pimander circolò prima in manoscritto e fu stampato per la prima volta a Treviso nel 1471. Seguirono numerose edizioni in tutta Europa, che fecero del testo uno dei libri filosofici più letti del Rinascimento. Già nel 1463 Tommaso Benci ne aveva tratto una versione in volgare italiano, pubblicata a Firenze nel 1548, segno di un interesse che andava oltre la cerchia dei latinisti.

La traduzione di Ficino non comprendeva tutti i trattati oggi noti. Gli ultimi del Corpus furono resi in latino più tardi da altri studiosi, e l'edizione greca completa uscì a Parigi nel 1554. Per lungo tempo, tuttavia, il nome di Pimander rimase sinonimo dell'intera dottrina ermetica. Il titolo scelto da Ficino, esteso poi all'intera raccolta, contribuì a creare l'impressione di un libro unitario, mentre si trattava di scritti diversi riuniti in epoca bizantina.

Ermete nelle immagini e nelle idee

L'entusiasmo per Ermete si vede anche nell'arte. Nel pavimento del Duomo di Siena, nel 1488, fu realizzata una tarsia marmorea che lo raffigura con l'iscrizione Hermes Mercurius Trismegistus contemporaneus Moysi, «contemporaneo di Mosè». L'immagine, posta all'ingresso della cattedrale, mostra quanto fosse accettata l'idea di un profeta pagano del cristianesimo. Lungo la navata dello stesso pavimento compaiono anche le Sibille, altre figure pagane che la tradizione considerava annunciatrici di Cristo.

Le idee ermetiche influenzarono pensatori come Giovanni Pico della Mirandola, Ludovico Lazzarelli e, più tardi, Giordano Bruno. Il tema della dignità dell'uomo, creato a immagine della mente divina, e quello di un cosmo animato e collegato da corrispondenze trovarono nel Pimander una fonte autorevole. Ficino stesso, nei suoi scritti sulla medicina e sull'astrologia, combinò queste suggestioni con il platonismo.

L'autorità di Ermete cominciò a declinare solo nel 1614, quando Isaac Casaubon datò i trattati all'età romana. Ma ormai il lavoro di Ficino aveva prodotto i suoi effetti. Per un secolo e mezzo la traduzione del 1463 aveva offerto all'Europa un'immagine dell'antico Egitto come patria della sapienza, un'immagine che sopravvive ancora nella cultura moderna. Anche dopo Casaubon, del resto, i trattati continuarono a essere letti come testimonianza filosofica, non più come profezia.