Dal Rosarium al Mutus Liber: l'iconografia alchemica a stampa
Le xilografie del Rosarium philosophorum, le Dodici chiavi di Basilio Valentino, il Musaeum hermeticum e il Mutus liber senza parole di La Rochelle.
Quando l'alchimia passò dal manoscritto alla stampa, le sue immagini dovettero cambiare tecnica. Le miniature dipinte a mano lasciarono il posto prima alle xilografie, incise su legno, poi alle incisioni su rame, più fini e dettagliate. Tra il 1550 e la fine del Seicento nacque così un vero repertorio iconografico alchemico, che circolava da un libro all'altro e da una città all'altra, spesso riutilizzando le stesse lastre. Quattro opere ne segnano le tappe principali.
Il Rosarium philosophorum
Nel 1550 uscì a Francoforte, nella raccolta intitolata De alchimia opuscula, il Rosarium philosophorum, accompagnato da una serie di venti xilografie. Le immagini seguono una storia precisa: un re e una regina si incontrano, si uniscono in un bagno, muoiono in un sepolcro, vengono purificati da una rugiada che scende dal cielo e infine rinascono come un unico essere con due teste. Le figure sono semplici, quasi ingenue, ma di grande forza simbolica.
Queste xilografie derivavano da modelli manoscritti più antichi e furono a loro volta copiate innumerevoli volte. Nel Novecento attirarono l'attenzione dello psicologo Carl Gustav Jung, che le commentò in un saggio dedicato al transfert, contribuendo a renderle famose anche fuori dal mondo degli storici dell'alchimia. Oggi le serie del Rosarium si conoscono in molte varianti, a stampa e a mano, e permettono di seguire la migrazione di un'immagine attraverso due secoli.
Le Dodici chiavi e il Musaeum hermeticum
Tra il 1599 e i primi anni del Seicento l'editore tedesco Johann Thölde pubblicò una serie di scritti attribuiti a Basilio Valentino, un monaco benedettino di cui non esiste alcuna prova storica. Tra questi c'erano le Dodici chiavi, dodici immagini allegoriche, nelle edizioni successive incise con cura, che mostrano re, lupi, draghi, uccelli e figure planetarie. Molti studiosi pensano che lo stesso Thölde sia stato l'autore, o almeno il compilatore, di questi testi.
A Francoforte l'editore Lucas Jennis si specializzò proprio nei libri alchemici illustrati. Nel 1625 pubblicò il Musaeum hermeticum, un'antologia di trattati che fu ampliata nella celebre edizione del 1678. Jennis era abile nel riutilizzare le proprie lastre: nel Viridarium chymicum di Daniel Stolcius, uscito nel 1624, raccolse oltre cento incisioni già apparse in altri volumi, accompagnandole con brevi epigrammi.
Il Mutus liber, il libro muto
L'opera più enigmatica arrivò nel 1677 da La Rochelle. Il Mutus liber, cioè libro muto, è composto da quindici tavole incise quasi prive di parole, a parte il titolo e qualche citazione biblica. L'autore si firma con lo pseudonimo Altus, e la sua identità resta incerta. Le immagini mostrano una coppia che lavora insieme in un laboratorio, raccoglie la rugiada, distilla e cuoce, sotto lo sguardo di figure celesti.
Il messaggio implicito era chiaro: l'opera alchemica non si poteva spiegare con le parole, ma solo contemplare. Nel 1702 il medico ginevrino Jean-Jacques Manget inserì le tavole nella sua grande Bibliotheca chemica curiosa, garantendone la diffusione europea. Ancora oggi il Mutus liber è uno dei libri più riprodotti della tradizione ermetica.
Dal Rosarium al Mutus liber, l'iconografia alchemica a stampa mostra un'evoluzione chiara: dalle figure semplici delle prime xilografie alle composizioni raffinate del rame barocco. Ma il principio restava lo stesso, cioè affidare all'immagine ciò che il testo non poteva o non voleva dire apertamente. Per questo, ancora oggi, questi libri si studiano tanto nelle biblioteche di storia della scienza quanto nei musei d'arte.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio