Splendor Solis e le miniature dei manoscritti alchemici
Dall'Aurora consurgens allo Splendor Solis: come i miniatori del Quattro e Cinquecento dipinsero le fasi dell'opera alchemica nei codici.
Nei manoscritti alchemici l'immagine non è un ornamento: spesso è il vero testo. Tra la fine del Medioevo e il Cinquecento, copisti e miniatori trasformarono le operazioni del laboratorio in scene dipinte, dove re e regine, draghi, uccelli e fanciulli chiusi nelle fiasche raccontano la trasformazione della materia. Alcuni di questi codici sono tra i libri più preziosi mai prodotti nella storia dell'alchimia, e ancora oggi sono studiati tanto dagli storici della scienza quanto dagli storici dell'arte.
L'Aurora consurgens e le prime serie dipinte
Uno dei cicli più antichi è quello dell'Aurora consurgens, un trattato latino che la tradizione attribuiva, senza fondamento, a Tommaso d'Aquino. Il manoscritto più celebre, conservato alla Zentralbibliothek di Zurigo e databile al Quattrocento, accompagna il testo con figure sorprendenti: l'ermafrodito, l'aquila, il leone, il sole e la luna personificati. Le immagini non illustrano un passo preciso, ma condensano in un colpo d'occhio i concetti di unione degli opposti e di morte e rinascita della materia.
Nello stesso secolo circolavano le serie note come Donum Dei, in cui ogni fase del lavoro è rappresentata dentro un vaso di vetro disegnato sulla pagina. Nella fiasca compaiono via via figure diverse, dal corvo nero della putrefazione alla coppia regale coronata. Il lettore seguiva così una sequenza visiva, quasi un racconto per immagini, che fissava nella memoria l'ordine delle operazioni descritte dai trattati.
Lo Splendor Solis, capolavoro del Rinascimento tedesco
Il vertice di questa tradizione è lo Splendor Solis, un trattato in tedesco legato al nome di Salomon Trismosin, figura di cui non si sa nulla di certo e che la leggenda presentava come un maestro itinerante. L'esemplare più antico, conservato a Berlino, risale agli anni Trenta del Cinquecento. Le sue ventidue tavole a piena pagina sono incorniciate da bordure fiorite, paesaggi e scene di vita quotidiana, nello stile della miniatura fiamminga e tedesca del tempo.
La copia più nota al grande pubblico è quella della British Library, datata 1582. Vi si vedono un cavaliere in armatura ritto su due fonti, un uomo dalle membra smembrate, un re che annega e un altro che rinasce, e una serie di fiasche in cui animali e figure mitologiche prendono il posto delle formule. Il testo fu poi stampato senza immagini nella raccolta Aureum vellus, uscita a Rorschach nel 1598.
Come si leggevano queste immagini
Per un lettore del Cinquecento le miniature alchemiche funzionavano su più livelli. Erano un sistema di memoria, perché associavano ogni fase a un colore e a un simbolo; erano un linguaggio riservato, comprensibile soltanto a chi conosceva i trattati; ed erano anche oggetti di lusso, commissionati da principi e collezionisti che amavano possedere libri rari. Il colore stesso aveva un ruolo: il nero, il bianco, il giallo e il rosso scandivano le tappe dell'opera secondo la dottrina tradizionale.
Oggi questi codici sono quasi tutti accessibili in riproduzione digitale, ma il loro fascino resta legato alla materia della pagina: l'oro delle cornici, i pigmenti brillanti, la cura di artigiani rimasti anonimi. Guardarli significa entrare in un mondo in cui sapere, arte e segreto si intrecciavano, e in cui il libro stesso era considerato un oggetto da custodire con la stessa attenzione riservata ai metalli preziosi.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio