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Liber Linteus Zagrabiensis, il libro etrusco avvolto a una mummia

Il Liber Linteus di Zagabria, il testo etrusco più lungo: un libro di lino tagliato in bende per una mummia egizia e riconosciuto solo nel 1892.

Il testo più lungo che sia rimasto in lingua etrusca non fu trovato in Italia, ma in Egitto, avvolto intorno a una mummia. È il Liber Linteus Zagrabiensis, il «libro di lino di Zagabria», oggi conservato al Museo archeologico della capitale croata insieme al corpo che per secoli ha protetto. La sua storia è una delle più sorprendenti dell'archeologia europea.

Dalla mummia al museo

Intorno al 1848 il croato Mihael Barić, funzionario della cancelleria regia ungherese, acquistò ad Alessandria d'Egitto la mummia di una donna, avvolta in bende di lino. Dopo la sua morte la mummia passò al fratello, che nel 1867 la donò al museo di Zagabria. Fu allora che si notò con attenzione che alcune bende recavano righe di scrittura.

Per anni il testo fu ritenuto egizio o di altra origine. Nel 1892 l'egittologo austriaco Jacob Krall riconobbe che la lingua era etrusca. Le bende erano state ricavate tagliando in strisce un libro di lino, cioè un lungo telo piegato a fisarmonica secondo l'uso degli antichi libri lintei, che in origine aveva una funzione del tutto diversa da quella funeraria.

Un calendario rituale

Il testo, scritto con inchiostro nero e disposto in colonne, conta oltre mille parole leggibili. È databile intorno al III secolo avanti Cristo, anche se la datazione non è precisa. Il contenuto, per quanto si riesce a capire, è un calendario di cerimonie religiose: indica giorni del mese, divinità destinatarie delle offerte e formule che si ripetono con regolarità.

Le fonti antiche attestano che gli Etruschi possedevano libri sacri sulla loro disciplina religiosa, e lo storico romano Tito Livio menziona i libri lintei, elenchi di magistrati scritti su lino a Roma. Il Liber Linteus è l'unico libro di lino dell'Italia antica giunto fino a noi, e ne mostra concretamente l'aspetto.

Leggere senza capire

L'alfabeto etrusco deriva da quello greco, e per questo le parole si possono pronunciare con buona approssimazione. Il problema è la lingua: l'etrusco non appartiene alla famiglia indoeuropea e se ne conosce con sicurezza il significato di un numero limitato di parole. Il senso complessivo del testo, in cui ricorrono nomi di divinità e verbi legati al sacrificio, è ricostruito per confronto con altre iscrizioni, ma molti passi restano oscuri.

Non si sa nemmeno come un libro sacro etrusco sia finito in Egitto. Si è ipotizzato che appartenesse a una comunità di origine etrusca stabilitasi lì in età tolemaica, oppure che il lino, ormai inutile, sia stato venduto per le bende funerarie. Sono congetture, nessuna delle quali documentata. Resta il fatto che il riuso di tessuti vecchi per le bende era una pratica diffusa nell'Egitto di quei secoli.

La mummia e il libro sono esposti nello stesso museo. Il loro incontro casuale, forse avvenuto nella bottega di un imbalsamatore, ha salvato un testo che sarebbe andato perduto come quasi tutta la letteratura religiosa etrusca, di cui oggi conosciamo soprattutto i titoli tramandati dagli autori latini. È un esempio raro di come il caso possa custodire ciò che la storia ha dimenticato.