Pergamena e inchiostri: la materia dei libri di magia
Pelli, carta, inchiostro ferrogallico e oro: i materiali dei manoscritti magici e il valore simbolico che i grimori attribuivano alla pergamena vergine.
Prima di essere un insieme di parole e figure, un libro di magia era un oggetto fatto di pelle animale o di carta, di inchiostri, colle e pigmenti. La materia del codice dice molto su chi lo ha prodotto: un manoscritto su pergamena fine, decorato con oro, rivela un committente ricco; un quaderno di carta comune, scritto in fretta, fa pensare a un praticante o a un copista di modeste risorse. Gli stessi grimori, poi, attribuivano ai materiali un valore simbolico particolare.
Dalla pergamena alla carta
Per tutto l'alto Medioevo il supporto principale fu la pergamena, ricavata da pelli di vitello, pecora o capra lavorate a lungo fino a ottenere fogli sottili e resistenti. Dal Duecento la carta, giunta in Europa attraverso il mondo islamico, cominciò a diffondersi, e in Italia le cartiere di Fabriano divennero presto famose. Nel tardo Medioevo molti testi tecnici e scientifici venivano ormai copiati su carta, più economica e facile da reperire.
Questo cambiamento riguarda anche i grimori. La gran parte dei manoscritti magici giunti fino a noi è di età moderna, dal Cinquecento al Settecento, ed è scritta su carta. La pergamena restò in uso per i codici di lusso e per oggetti particolari, come piccoli fogli da piegare o portare con sé, ma il libro di magia tipico dell'età moderna era un volume cartaceo, spesso di formato ridotto e facile da nascondere.
La pergamena vergine nella tradizione
Molti grimori, a cominciare dalla Clavicola di Salomone, insistono sull'uso di una pergamena vergine, cioè mai usata prima e preparata con cerimonie apposite. Nella tradizione questa purezza del supporto era considerata indispensabile perché le figure e i nomi conservassero la loro efficacia. Si tratta di una credenza che dice molto sulla mentalità del tempo: il libro non era un semplice contenitore, ma una parte dell'atto rituale stesso.
Inchiostri, pigmenti e oro
L'inchiostro più comune tra Medioevo ed età moderna era quello ferrogallico, ottenuto dalle galle di quercia e da sali di ferro. Ha un colore bruno-nero intenso, ma col tempo può corrodere la carta e la pergamena, ed è una delle principali preoccupazioni dei restauratori. Per le rubriche e i titoli si usava il rosso, mentre i manoscritti più ricchi impiegavano azzurri preziosi, verdi e foglia d'oro, applicati con tecniche che richiedevano grande abilità.
Anche qui i grimori aggiungevano un livello simbolico. Alcuni testi prescrivevano inchiostri di colori diversi secondo il pianeta o il giorno della settimana, oppure penne ricavate da uccelli particolari. Gli storici leggono queste indicazioni come testimonianze di un sistema di corrispondenze cosmiche, nel quale ogni materiale era collegato a una forza celeste, e non come istruzioni da riprodurre.
Le analisi scientifiche moderne, dalla datazione al radiocarbonio allo studio dei pigmenti, permettono oggi di datare e localizzare molti manoscritti con una precisione impensabile un secolo fa. Ogni foglio diventa così un documento storico a sé, che racconta non solo le idee di chi scriveva, ma anche i mercati, le botteghe e i materiali di un'epoca.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio