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Clavicula Salomonis: storia della Chiave di Salomone

La Clavicula Salomonis dai trattati greci ai manoscritti italiani del Rinascimento fino all'edizione di Mathers del 1889: datazione, struttura e diffusione.

Nessun grimorio ha avuto una fortuna paragonabile a quella della Clavicula Salomonis, la «Chiave di Salomone». Il titolo promette un sapere trasmesso dal re d'Israele, celebre nella Bibbia per la sua sapienza e, nella tradizione giudaica e cristiana posteriore, per il dominio sui demoni. In realtà il testo che conosciamo non è un'opera unica, ma una famiglia di manoscritti copiati e rimaneggiati per secoli in latino, italiano, francese, tedesco ed ebraico, nessuno dei quali risale all'antichità.

Le radici: Salomone mago

L'immagine di Salomone signore degli spiriti è antica. Già Flavio Giuseppe, nel I secolo, nelle Antichità giudaiche, gli attribuisce formule di esorcismo, e il Testamento di Salomone, uno pseudoepigrafo greco di datazione discussa tra i primi secoli dell'era cristiana, racconta come il re avrebbe costretto i demoni a lavorare alla costruzione del Tempio grazie a un anello portatogli dall'arcangelo Michele. Su questo fondo leggendario si innesta, nel Medioevo, una vasta produzione di libri attribuiti a Salomone, condannati dai teologi già nel Duecento.

Gli antecedenti più vicini alla Clavicula sono i trattati greci noti come Hygromanteia o Trattato magico di Salomone, conservati in codici bizantini e post-bizantini a partire dal Quattrocento. La Clavicula latina e italiana vera e propria compare nei manoscritti tra Quattrocento e Cinquecento, e l'Italia rinascimentale ne fu uno dei principali centri di copiatura e di circolazione.

Struttura e contenuto

Nelle versioni più diffuse l'opera è divisa in due libri. Il primo raccoglie preghiere, esperimenti e una serie di figure geometriche e di lettere chiamate «pentacoli», associate ai sette pianeti della tradizione astrologica; il secondo tratta della preparazione dell'operatore, dei giorni e delle ore planetarie, delle vesti, degli strumenti e dei materiali. Il quadro di riferimento è quello della magia rituale cristiana medievale: digiuni, confessione, salmi, nomi divini ebraici trascritti in modo spesso incerto.

Proprio la variabilità è il tratto più evidente della tradizione. I copisti aggiungevano, toglievano e fondevano capitoli provenienti da altre opere; il numero e l'ordine dei pentacoli cambiano da un manoscritto all'altro, e alcune copie settecentesche mescolano la Clavicula con materiali di origine del tutto diversa. Parlare di un «testo originale» è dunque fuorviante: si tratta di un'opera aperta, cresciuta per stratificazione.

Diffusione, censura, edizioni

Nell'Italia del Cinquecento la Clavicula era il grimorio per eccellenza. Gli atti del Sant'Uffizio, in particolare quelli veneziani, la menzionano spesso tra i libri sequestrati a chierici, medici, studenti e cercatori di tesori. I libri di negromanzia erano proibiti dalla nona regola dell'Indice tridentino del 1564, ma il divieto non ne impedì la copia manoscritta, che anzi proseguì per tutto il Seicento e il Settecento.

Una versione ebraica, il Mafteah Shelomoh, fu pubblicata in facsimile all'inizio del Novecento da Hermann Gollancz e sembra a sua volta tradotta da modelli italiani o latini. La notorietà moderna si deve però a Samuel Liddell MacGregor Mathers, uno dei fondatori dell'Ordine Ermetico della Golden Dawn, che nel 1889 pubblicò a Londra The Key of Solomon the King, collazionando diversi manoscritti del British Museum.

Per lo storico la Clavicula è soprattutto un documento. Mostra come la figura biblica di Salomone sia diventata il garante di un sapere proibito, e come un libro potesse sopravvivere a condanne e roghi grazie alla pazienza dei copisti. Le sue innumerevoli versioni sono oggi oggetto di studi filologici che cercano di ricostruire, manoscritto dopo manoscritto, la genealogia di questo testo inafferrabile.