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Aurora consurgens, l'alchimia attribuita a Tommaso d'Aquino

L'Aurora consurgens, trattato alchemico medievale attribuito a Tommaso d'Aquino: la Sapienza biblica, il manoscritto miniato di Zurigo e la lettura di Jung.

«Aurora consurgens», l'aurora che sorge: con queste parole, prese dal Cantico dei Cantici, si apre un trattato alchemico medievale che per secoli è stato attribuito a san Tommaso d'Aquino. L'attribuzione è oggi ritenuta falsa, ma il testo resta uno dei più singolari della letteratura alchemica, perché fonde il linguaggio dei laboratori con quello della Bibbia e della mistica.

Un'attribuzione illustre e improbabile

Il trattato, scritto in latino, circolava sotto il nome di Tommaso d'Aquino, il grande teologo domenicano morto nel 1274. Gli studiosi moderni lo considerano uno pseudoepigrafo, cioè un'opera attribuita a un autore famoso per conferirle autorità, pratica molto frequente nell'alchimia medievale, dove circolavano testi a nome di Alberto Magno, Raimondo Lullo e Arnaldo da Villanova. La data di composizione è incerta.

La prima parte del testo è costruita come una lunga meditazione sulla Sapienza, intessuta di citazioni dai libri sapienziali, dai Salmi e dal Cantico dei Cantici. La Sapienza parla in prima persona e viene identificata con il segreto della pietra filosofale, in un intreccio di linguaggio mistico e simbolismo alchemico che non ha molti paralleli. La seconda parte ha un carattere più tecnico e tradizionale.

Il manoscritto di Zurigo

La copia più nota è un manoscritto miniato dell'inizio del Quattrocento, conservato alla Zentralbibliothek di Zurigo e proveniente dall'abbazia benedettina di Rheinau. Le sue illustrazioni sono tra le più antiche serie figurative dell'alchimia europea e mostrano figure simboliche, animali, coppie regali e una figura ermafrodita, immagini che diventeranno comuni nei trattati successivi.

Le miniature non illustrano procedure di laboratorio, ma concetti: l'unione degli opposti, la morte e la rinascita della materia, la natura duplice della sostanza. Sono quindi un documento importante per capire come l'alchimia medievale costruisse il proprio linguaggio per immagini, prima che la stampa ne moltiplicasse le versioni in tutta Europa. In molte di esse il sole e la luna compaiono come protagonisti di un dramma cosmico.

La lettura di Jung

Nel Novecento l'Aurora consurgens attirò l'attenzione dello psicologo svizzero Carl Gustav Jung, che vedeva nei simboli alchemici l'espressione di processi psichici. La sua collaboratrice Marie-Louise von Franz ne curò un'edizione commentata, pubblicata nel 1957 come terzo volume del Mysterium Coniunctionis di Jung. Quella lettura psicologica è una delle tante possibili, e va distinta dalla storia del testo.

Von Franz avanzò anche l'ipotesi che il trattato riflettesse un'esperienza mistica dello stesso Tommaso negli ultimi mesi di vita, quando, secondo i biografi, smise di scrivere dopo una visione. È una tesi suggestiva ma non condivisa dagli storici, che restano prudenti sull'identità dell'autore e sulla datazione. Il dibattito, comunque, ha avuto il merito di riportare l'attenzione su un testo a lungo trascurato dagli studiosi.

L'Aurora consurgens mostra quanto fossero sottili, nel Medioevo, i confini tra teologia e alchimia. Per i suoi lettori la trasformazione della materia e quella dell'anima potevano essere raccontate con le stesse parole, prese in prestito dalle Scritture, e illustrate con le stesse immagini di re, regine e soli nascenti. La sua fortuna moderna nasce proprio da questa ambiguità.