Lineare A, la scrittura dei Minoici che nessuno ha decifrato
La Lineare A di Creta, scrittura dell'età del bronzo: le scoperte di Evans, l'archivio di Hagia Triada, il confronto con la Lineare B e ciò che si capisce.
All'inizio del Novecento l'archeologo britannico Arthur Evans, scavando il palazzo di Cnosso a Creta, trovò centinaia di tavolette d'argilla incise con segni sconosciuti. Distinse due scritture lineari, che chiamò Lineare A e Lineare B. La seconda fu decifrata a metà del secolo. La prima, la scrittura della civiltà minoica, resta ancora oggi uno dei grandi enigmi dell'archeologia mediterranea.
Una scrittura dell'età del bronzo
La Lineare A fu usata a Creta e in alcune isole dell'Egeo all'incirca tra il XVIII e il XV secolo avanti Cristo. Se ne conoscono oltre mille iscrizioni, ma quasi tutte sono brevissime, spesso di poche parole. Il nucleo più consistente proviene dal sito di Hagia Triada, nel sud dell'isola, non lontano da Festo, dove è stato trovato un archivio di tavolette amministrative.
Oltre che sulle tavolette, la scrittura compare su oggetti di pietra destinati a offerte rituali, come le tavole per libagioni rinvenute nei santuari di montagna, su vasi e su piccoli oggetti in metallo. Queste iscrizioni votive contengono formule che si ripetono da un luogo all'altro, probabilmente invocazioni o dediche, il cui senso preciso non è noto. Alcune di queste formule compaiono identiche su oggetti trovati a grande distanza.
La chiave della Lineare B
Nel 1952 l'architetto inglese Michael Ventris dimostrò che la Lineare B trascriveva una forma antica di greco, il miceneo. Poiché molti segni della Lineare B derivano dalla Lineare A, è possibile attribuire a questi ultimi un valore fonetico approssimativo e pronunciare, almeno in parte, le parole minoiche, come si fa con un testo in una lingua straniera di cui si conosce l'alfabeto.
Il problema è che i suoni così ottenuti non corrispondono a nessuna lingua conosciuta. Si sono proposte affinità con lingue anatoliche, semitiche e indoeuropee, ma nessuna ha trovato conferma. Leggere i segni non significa comprendere la lingua, e le iscrizioni sono troppo brevi e ripetitive per ricostruirne la grammatica con i metodi usati per altre scritture antiche.
Ciò che si riesce a capire
Qualcosa, comunque, si intuisce. Le tavolette amministrative usano ideogrammi per merci come grano, vino, olio e fichi, e un sistema numerico decimale che si legge con sicurezza, comprese alcune frazioni. Gli studiosi riconoscono così elenchi, somme e registrazioni contabili, anche senza capire i nomi. Alcune parole ricorrenti, come quella che sembra indicare un totale, sono state individuate con buona probabilità.
Queste registrazioni mostrano un'economia palaziale organizzata, che controllava raccolti, scorte e distribuzioni. Il quadro è simile a quello che emerge dalle tavolette in Lineare B dei palazzi micenei, eredi in parte del sistema amministrativo minoico. La differenza è che, per i Minoici, conosciamo i numeri ma non le parole che li accompagnano.
La Lineare A è una delle grandi scritture non decifrate dell'antichità, accanto a quella del Disco di Festo, che proviene dalla stessa isola. Ogni nuova iscrizione trovata negli scavi aggiunge qualche parola al piccolo repertorio dei segni, e con essa la speranza che un giorno la lingua dei Minoici torni a farsi capire.
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