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Hypnerotomachia Poliphili, il libro più enigmatico di Aldo Manuzio

La Hypnerotomachia Poliphili stampata da Aldo Manuzio nel 1499: l'acrostico di Francesco Colonna, le incisioni, la lingua inventata e la sua eredità.

Nel dicembre del 1499 la tipografia di Aldo Manuzio, a Venezia, stampò uno dei libri più belli e più strani del Rinascimento: la Hypnerotomachia Poliphili, cioè «la battaglia d'amore in sogno di Polifilo». Il volume, ornato da circa centosettanta incisioni su legno, non riportava il nome dell'autore in nessuna pagina. Per scoprirlo bisognava leggere con attenzione le iniziali dei capitoli, disposte come un messaggio nascosto.

Il nome nascosto

Le lettere capitali che aprono i trentotto capitoli, lette in sequenza, compongono la frase latina «Poliam frater Franciscus Columna peramavit», cioè «frate Francesco Colonna amò intensamente Polia». Su questa base l'opera è attribuita tradizionalmente al domenicano veneziano Francesco Colonna, legato al convento dei Santi Giovanni e Paolo, una figura documentata ma poco conosciuta.

L'attribuzione, però, è discussa. Alcuni studiosi hanno proposto un omonimo, il nobile romano Francesco Colonna signore di Palestrina, altri hanno avanzato nomi diversi, tra cui quello di Leon Battista Alberti. Anche l'autore delle incisioni è sconosciuto: sono state fatte varie ipotesi su artisti attivi a Venezia e nel Veneto, ma nessuna è dimostrata, e il disegnatore resta uno dei grandi anonimi dell'arte rinascimentale.

Un sogno di rovine e giardini

La trama è semplice. Polifilo si addormenta e sogna di attraversare paesaggi di rovine antiche, piramidi, obelischi, templi e giardini, alla ricerca dell'amata Polia. Lungo il cammino incontra ninfe, cortei trionfali e iscrizioni misteriose, che descrive con minuzia quasi architettonica, indicando proporzioni e materiali. Nella seconda parte la vicenda è raccontata dal punto di vista di Polia, prima del risveglio finale.

La lingua è l'aspetto più difficile: un italiano volgare carico di latinismi e grecismi, con parole coniate dall'autore. Nel testo compaiono anche iscrizioni in greco, in ebraico e in arabo, e pseudo-geroglifici ispirati a una visione rinascimentale dell'Egitto come fonte di sapienza simbolica. Il risultato è una prosa che affascina e respinge al tempo stesso, e che anche i contemporanei trovavano ardua.

Un'eredità visibile

La Hypnerotomachia ebbe una grande fortuna tra artisti e architetti. Fu tradotta in francese nel 1546 e, in forma parziale, in inglese nel 1592. Le sue immagini influenzarono la progettazione dei giardini e il gusto per gli emblemi. A Roma, l'elefante che regge un obelisco davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, realizzato su disegno di Gian Lorenzo Bernini nel 1667, riprende un'incisione del libro.

Gli appassionati di esoterismo hanno visto nel libro un percorso iniziatico o alchemico, scandito da prove e rivelazioni. È una lettura possibile del simbolismo del sogno, ma resta un'interpretazione: il testo si presenta prima di tutto come un romanzo d'amore erudito e come una celebrazione dell'antichità classica, scritto da un autore innamorato dei monumenti quanto della sua Polia.

Oggi la Hypnerotomachia è considerata un capolavoro della tipografia per l'armonia tra testo e immagini, con pagine in cui le righe di stampa assumono forme di calici e di triangoli. Il suo mistero non riguarda una scrittura illeggibile, ma l'identità dell'autore e l'ampiezza di un sapere che ancora oggi è difficile decifrare fino in fondo.