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Rongorongo, la scrittura perduta dell'isola di Pasqua

Il rongorongo di Rapa Nui: le tavolette di legno incise, la scoperta del 1864, il bustrofedico rovesciato e il dibattito sull'origine della scrittura.

Sull'isola di Pasqua, il remoto avamposto del Pacifico che i suoi abitanti chiamano Rapa Nui, non ci sono soltanto i moai. Su alcune tavolette di legno sopravvive una scrittura indigena, il rongorongo, che nessuno sa più leggere. Ne restano circa due dozzine di oggetti autentici, sparsi in musei e collezioni di tutto il mondo, da Santiago del Cile a Roma, da Londra a San Pietroburgo.

La scoperta e la dispersione

Il primo europeo a segnalare le tavolette fu il missionario laico francese Eugène Eyraud, che nel 1864 scrisse di averne viste in molte abitazioni dell'isola. Pochi anni dopo il vescovo di Tahiti, Florentin-Étienne Jaussen, ne ricevette alcune e cercò di farle interpretare a un isolano che viveva a Tahiti, ottenendo però letture incoerenti, che probabilmente erano recitazioni di testi diversi da quelli scritti.

Il contesto era drammatico. Nel 1862 le incursioni di mercanti di schiavi peruviani avevano deportato una parte consistente della popolazione, e le epidemie successive ne avevano uccisi molti altri. Con loro scomparvero probabilmente gli specialisti in grado di leggere e recitare i testi. Quando gli studiosi cominciarono a interessarsi alle tavolette, la tradizione che le spiegava era già spezzata.

Una scrittura bustrofedica rovesciata

I segni rappresentano figure umane, uccelli, pesci, piante e forme geometriche, incisi con cura sul legno, probabilmente con denti di squalo o strumenti di ossidiana. Le righe seguono il sistema detto bustrofedico rovesciato: alla fine di ogni riga il lettore doveva ruotare la tavoletta di centottanta gradi per proseguire, perché la riga successiva è capovolta rispetto alla precedente.

Il testo più lungo è inciso sul cosiddetto bastone di Santiago, conservato in Cile. Gli studiosi hanno individuato sequenze ripetute su oggetti diversi e almeno una tavoletta che sembra contenere un calendario lunare. Il significato della gran parte dei testi, però, resta sconosciuto, e non è nemmeno chiaro se il rongorongo trascriva interamente la lingua parlata o serva da promemoria per la recitazione.

Prima o dopo i contatti europei?

La domanda più dibattuta riguarda l'origine. Alcuni studiosi hanno sostenuto che il rongorongo sia nato dopo la visita spagnola del 1770, quando ai capi dell'isola fu chiesto di firmare un documento di annessione, come imitazione della scrittura europea. Altri lo ritengono un'invenzione indipendente, che lo renderebbe una delle pochissime scritture create dal nulla nella storia dell'umanità.

Nel 2024 uno studio ha datato al radiocarbonio il legno di alcune tavolette conservate a Roma, trovando che uno dei campioni risale al Quattrocento. Il dato indica l'età dell'albero, non necessariamente quella dell'incisione, ma riapre seriamente l'ipotesi di una scrittura anteriore all'arrivo degli europei. Saranno necessarie altre analisi per trasformare l'indizio in una conclusione.

Il rongorongo è un caso raro: una scrittura sviluppata su un'isola lontana migliaia di chilometri da qualsiasi continente, e perduta nel giro di una generazione. Ogni tavoletta superstite è un frammento di memoria che attende ancora la sua chiave, e un monito su quanto rapidamente un sapere possa svanire quando scompaiono le persone che lo custodivano.