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Il Libro dei Morti egizio: formule per «uscire al giorno»

Storia del Libro dei Morti egizio: dal Nuovo Regno all'età tolemaica, il nome dato da Lepsius nel 1842, il Papiro di Ani e la pesatura del cuore.

Quello che chiamiamo Libro dei Morti non era, per gli antichi Egizi, un libro con un titolo fisso. Era un insieme di formule funerarie che si copiavano su rotoli di papiro da deporre nella tomba accanto al defunto. Gli Egizi lo chiamavano «formule per uscire al giorno», un'espressione che indica la speranza che l'anima potesse muoversi liberamente tra il mondo dei morti e la luce del sole.

Origine e sviluppo

Il Libro dei Morti si sviluppò all'inizio del Nuovo Regno, intorno al 1550 a.C., e rimase in uso fino all'età tolemaica e romana, per circa millecinquecento anni. Le sue formule derivano in buona parte da raccolte più antiche, i Testi delle Piramidi e i Testi dei Sarcofagi. Il passaggio al papiro rese le formule accessibili a un numero maggiore di persone, purché potessero permettersi una copia.

Non esistono due copie identiche. Ogni papiro conteneva una scelta di formule, più o meno ampia secondo i mezzi del committente. Gli studiosi conoscono in tutto circa duecento formule diverse. Nel periodo saitico, a partire dal VII secolo a.C., si affermò una sequenza più regolare, chiamata recensione saitica, che fissò l'ordine dei capitoli per le copie successive.

Il nome moderno e la numerazione

Il titolo Libro dei Morti è un'invenzione moderna. Lo introdusse l'egittologo tedesco Karl Richard Lepsius, che nel 1842 pubblicò un lungo papiro di epoca tolemaica conservato a Torino con il titolo Das Todtenbuch der Ägypter. Lepsius numerò le formule in capitoli, e quella numerazione, ampliata in seguito, è ancora usata per indicare ciascuna formula.

Tra i papiri più celebri vi è quello dello scriba Ani, databile intorno al 1250 a.C., acquistato dal British Museum alla fine dell'Ottocento. Lungo oltre venti metri, è famoso per la qualità delle sue vignette dipinte. Altri esemplari importanti sono conservati al Museo Egizio di Torino, al Louvre e in molte altre collezioni.

La pesatura del cuore

La formula più conosciuta è quella che gli studiosi numerano come capitolo 125. Descrive il giudizio del defunto nella sala delle Due Verità. Davanti a Osiride e a quarantadue giudici, il morto pronuncia una serie di dichiarazioni di innocenza, spesso chiamate confessione negativa, in cui afferma di non aver commesso specifiche colpe.

Le vignette associate mostrano il cuore del defunto posto su una bilancia, in equilibrio con la piuma di Maat, simbolo della giustizia e dell'ordine cosmico. Anubi controlla la bilancia, Thot registra il risultato e un mostro chiamato Ammit attende di divorare il cuore dei colpevoli. Un'altra formula, il capitolo 30, era spesso incisa sugli scarabei del cuore, per chiedere al cuore di non testimoniare contro il suo proprietario.

Il Libro dei Morti è una fonte di prima importanza per comprendere la religione egizia, le sue idee sull'anima, sul giudizio e sull'aldilà. Non fu un testo segreto riservato a pochi iniziati, ma un prodotto dell'artigianato funerario, preparato da scribi e illustratori per chi poteva pagarlo. Proprio per questo ci restituisce, con straordinaria ricchezza di immagini, le speranze di molte generazioni di Egizi.