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La «biblioteca tebana» e le collezioni di Giovanni Anastasi

Come i papiri magici e alchemici di Tebe arrivarono a Leida, Londra, Stoccolma e Parigi: il ruolo del console Giovanni Anastasi nell'Ottocento.

Una parte consistente dei papiri magici oggi conservati nei musei europei passò per le mani di un solo uomo. Giovanni Anastasi, mercante di origine greco-armena attivo ad Alessandria, fu console generale di Svezia e Norvegia in Egitto nella prima metà dell'Ottocento. In un'epoca in cui gli scavi erano spesso poco più che saccheggi, raccolse migliaia di oggetti antichi e li rivendette ai grandi musei del continente, alimentando la nascente egittologia.

Le vendite a Leida, Londra e Parigi

La prima grande collezione di Anastasi fu acquistata nel 1828 dallo Stato olandese e confluì nel museo di antichità di Leida. Comprendeva papiri greci e demotici di contenuto magico e alchemico, tra cui il cosiddetto Papiro di Leida X. Una seconda raccolta fu comprata dal British Museum nel 1839. Dopo la morte del console, avvenuta nel 1857, quanto restava venne disperso in un'asta a Parigi, dove la Bibliothèque nationale si assicurò il grande codice magico oggi noto come PGM IV.

Anastasi donò anche alcuni papiri all'Accademia svedese delle lettere di Stoccolma. Tra questi c'era il Papiro di Stoccolma, una raccolta di ricette tecniche sulla tintura dei tessuti, sulla lavorazione dei metalli e sull'imitazione di pietre preziose. Insieme al Papiro di Leida X, è considerato uno dei documenti più antichi per la storia della chimica pratica e dell'alchimia.

L'ipotesi di un'unica biblioteca

Le fonti dell'epoca indicano che molti di questi papiri provenivano dalla zona di Tebe, l'odierna Luxor. Da qui è nata l'ipotesi, discussa dagli studiosi, che appartenessero a un unico archivio: la biblioteca di uno o più specialisti del rito, forse sepolta con il proprietario in una tomba. Si parla perciò di «biblioteca tebana» o «biblioteca magica di Tebe».

L'ipotesi si basa su somiglianze di grafia, di formato e di contenuto, e sull'insieme coerente dei testi: formulari magici greci, testi demotici con glosse in copto antico, trattati di tecnica metallurgica. Tuttavia mancano i dati di scavo, e le notizie sulla provenienza sono indirette. Gli studiosi la considerano una ricostruzione plausibile, non un fatto dimostrato.

Una cultura di scribi bilingui

Se l'ipotesi è corretta, la biblioteca tebana testimonia un ambiente preciso. I suoi proprietari conoscevano il greco e il demotico, sapevano leggere i segni dell'antica scrittura egizia, copiavano testi di provenienza diversa e li annotavano. Erano probabilmente legati al mondo dei templi, che nel III e IV secolo d.C. stava perdendo risorse e prestigio. I papiri conservano così l'ultima fase della cultura sacerdotale egizia.

Il caso più evidente è quello del Papiro magico di Londra e Leida, scritto in demotico e diviso tra due musei. Solo il confronto tra i due frammenti ha permesso di capire che appartenevano allo stesso rotolo. Episodi simili mostrano quanto la dispersione delle collezioni abbia complicato il lavoro degli studiosi, costretti a ricostruire sulla carta unità che il mercato antiquario aveva separato.

La storia delle collezioni Anastasi ricorda quanto la conoscenza dei testi antichi dipenda da vicende moderne di commercio e di diplomazia. Ciò che oggi leggiamo nelle edizioni critiche è passato attraverso mercanti, consoli, aste e cataloghi. Ricostruire quel percorso è parte integrante della storia dei manoscritti, perché ogni separazione tra musei ha reso più difficile capire che cosa un tempo stava insieme.