EnglishMarchio registrato Studio Esoterico CornelioGrimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio
O

Gli Oracoli caldaici: i versi dei due Giuliani e la teurgia

Storia degli Oracoli caldaici del II secolo: Giuliano il Caldeo e il Teurgo, i frammenti nei neoplatonici, Psello, Pletone e l'attribuzione a Zoroastro.

Nel II secolo d.C., all'epoca dell'imperatore Marco Aurelio, circolava nel mondo romano una raccolta di versi oracolari in esametri greci che si presentava come rivelazione divina. Oggi la conosciamo come Oracoli caldaici. Nessun manoscritto ce l'ha conservata per intero: ne restano alcune centinaia di versi, citati e commentati dai filosofi neoplatonici che la consideravano un testo sacro, quasi una Bibbia dei pagani colti.

I due Giuliani

La tradizione attribuisce gli oracoli a due personaggi, padre e figlio. Il padre, Giuliano detto il Caldeo, sarebbe stato un filosofo o un sacerdote di origine orientale; il figlio, Giuliano detto il Teurgo, avrebbe ricevuto o trasmesso i versi in stato di ispirazione. Le notizie su di loro vengono in gran parte dal lessico bizantino della Suda e da altre fonti tarde, e vanno lette con cautela.

Secondo una leggenda, Giuliano il Teurgo avrebbe partecipato alla campagna di Marco Aurelio contro i Quadi e avrebbe ottenuto con le sue arti la pioggia miracolosa che salvò l'esercito romano. Lo stesso episodio, nel 172 o 174 d.C., fu però attribuito anche a un mago egizio e, dagli autori cristiani, alle preghiere di una legione cristiana. La varietà delle versioni mostra quanto la vicenda fosse contesa.

La dottrina degli oracoli

I frammenti descrivono un universo ordinato in gradi. Al vertice sta il Padre, principio supremo e nascosto; da lui procede un Intelletto che forma il mondo. Tra i due livelli si colloca Ecate, potenza femminile e vivificante, presentata come fonte delle anime e della natura. Compaiono anche entità intermedie, come gli iynges, che fanno da tramite tra il mondo divino e quello umano.

Agli oracoli si lega la parola teurgia, che significa letteralmente «opera divina». Per i neoplatonici la teurgia era l'insieme dei riti con cui l'anima poteva purificarsi e risalire verso gli dèi, non per l'intelletto soltanto, ma attraverso simboli e cerimonie. Il tema del ritorno dell'anima alla sua origine luminosa è centrale nei frammenti.

Dai neoplatonici a Pletone

I primi grandi lettori degli oracoli furono Porfirio e Giamblico, nel III e IV secolo. Proclo, nel V secolo, scrisse un ampio commento oggi perduto, e Damascio ne citò molti versi. Nell'XI secolo il bizantino Michele Psello compose un'esegesi degli oracoli, che ne trasmise parte del testo. Tra XIV e XV secolo Giorgio Gemisto Pletone ne preparò una raccolta commentata, attribuendola ai magi seguaci di Zoroastro.

Proprio l'attribuzione a Zoroastro favorì la loro fortuna nel Rinascimento. Ficino e Pico della Mirandola li lessero come testimonianza della sapienza dei magi persiani, accanto agli scritti di Ermete. Le edizioni moderne hanno raccolto i frammenti con criteri critici: quella di Wilhelm Kroll nel 1894, quella di Édouard des Places nel 1971 e quella di Ruth Majercik nel 1989.

Gli Oracoli caldaici sono un esempio raro di testo noto soltanto attraverso le citazioni di chi lo amava. La loro ricostruzione dipende interamente dal lavoro dei filosofi tardoantichi e bizantini, e la loro immagine è cambiata secondo le epoche: rivelazione degli dèi per i neoplatonici, sapienza dei magi per il Rinascimento, documento di religione filosofica per gli storici moderni.