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Il Sefer Yetzirah: lettere, numeri e creazione nel pensiero ebraico

Storia del Sefer Yetzirah, il Libro della formazione: datazione incerta, trentadue vie di sapienza, commenti di Saadia Gaon e Donnolo, stampa del 1562.

Il Sefer Yetzirah, il Libro della formazione, è uno dei testi più brevi e più commentati della tradizione ebraica. In poche pagine descrive come il mondo sarebbe stato creato attraverso trentadue vie misteriose di sapienza: i dieci numeri primordiali, chiamati sefirot, e le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico. La tradizione lo attribuisce al patriarca Abramo, ma si tratta di un'attribuzione leggendaria.

Un'opera senza data sicura

La datazione del Sefer Yetzirah è uno dei problemi più discussi degli studi ebraici. Le proposte vanno dal II-III secolo d.C. fino al IX secolo. Il testo esiste in più redazioni, una breve e una lunga, con differenze di ordine e di contenuto. Il suo linguaggio conciso, quasi formulare, rende difficile collocarlo con certezza in un ambiente preciso.

Il Talmud babilonese, nel trattato Sanhedrin, racconta di due rabbini che ogni vigilia di sabato studiavano le Hilkhot Yetzirah, le «regole della formazione», e creavano un vitello da mangiare. Non è sicuro che il passo si riferisca al testo che conosciamo, ma la leggenda contribuì a collegare il Sefer Yetzirah all'idea di un potere creativo delle lettere.

Sefirot e lettere

Nel Sefer Yetzirah la parola sefirot non ha ancora il significato che assumerà nella Cabala medievale. Indica i dieci numeri o dimensioni del cosmo: le direzioni dello spazio, il bene e il male, l'inizio e la fine, insieme allo spirito divino e agli elementi. Le ventidue lettere sono divise in tre gruppi: tre madri, sette doppie e dodici semplici.

A ogni gruppo il testo associa elementi dell'universo, del tempo e del corpo umano. Le tre madri corrispondono all'aria, all'acqua e al fuoco; le sette doppie ai pianeti e ai giorni della settimana; le dodici semplici ai segni dello zodiaco e ai mesi. Ne risulta una cosmologia linguistica, in cui il mondo è costruito come un testo e la combinazione delle lettere genera le cose.

I grandi commentatori

Dal X secolo il Sefer Yetzirah divenne oggetto di commenti filosofici. Saadia Gaon, guida dell'accademia di Sura in Babilonia, ne scrisse uno in arabo verso il 931. In Italia meridionale il medico e astronomo Shabbetai Donnolo, nato a Oria, compose un commento intitolato Ḥakhmoni. In Nord Africa scrisse sul testo anche Dunash ibn Tamim. Questi autori lo lessero come trattato di scienza e di filosofia naturale.

Nella Cabala del XII e XIII secolo il libro assunse un ruolo centrale. Le dieci sefirot furono reinterpretate come emanazioni divine, e il Sefer Yetzirah divenne uno dei testi di riferimento dei cabbalisti di Provenza e di Catalogna. Intorno a esso nacquero anche le leggende del golem, la figura d'argilla animata con le lettere, che le fonti presentano come racconti esemplari.

La prima edizione a stampa uscì a Mantova nel 1562, mentre già nel 1552 Guillaume Postel ne aveva pubblicato a Parigi una traduzione latina. Da allora il Sefer Yetzirah non ha smesso di essere letto, tradotto e commentato. È una testimonianza unica di come una tradizione religiosa abbia pensato il rapporto tra lingua, numero e creazione del mondo.