Michele Scoto, traduttore e astrologo alla corte di Federico II
Dante lo pose tra gli indovini, ma Michele Scoto fu un grande traduttore di Aristotele e Averroè e l'astrologo dell'imperatore Federico II di Svevia.
Dante lo colloca nella quarta bolgia dell'Inferno, tra gli indovini che camminano con il volto rivolto all'indietro, e lo liquida in tre versi taglienti, dicendo che «de le magiche frode seppe 'l gioco». Michele Scoto, nato in Scozia verso il 1175 e morto intorno al 1235, fu in realtà uno dei più importanti traduttori del Medioevo e l'astrologo di corte dell'imperatore Federico II di Svevia.
Il traduttore di Toledo
Formatosi forse a Oxford e a Parigi, Michele si trasferì a Toledo, il grande centro in cui i dotti latini, con l'aiuto di collaboratori ebrei e mozarabici, traducevano in latino la scienza scritta in arabo. Nel 1217 vi completò la traduzione del trattato astronomico di al-Bitruji sui moti dei cieli. Poco dopo rese in latino i libri di Aristotele sugli animali, nella versione araba che circolava in Spagna.
Ancora più rilevante fu il suo lavoro sui commenti di Averroè ad Aristotele, che egli contribuì a far conoscere in Occidente. Gli studiosi gli attribuiscono, con diversi gradi di sicurezza, le versioni latine dei grandi commenti al De caelo e al De anima. Senza traduttori come lui, la filosofia insegnata nelle università del Duecento avrebbe avuto un volto molto diverso.
Alla corte di Federico II
Dagli anni Venti del Duecento Michele fu al servizio di Federico II, l'imperatore curioso di scienza che governava dalla Sicilia e dall'Italia meridionale. Per lui scrisse una vasta opera in più parti, nota come Liber introductorius, che comprende un trattato di astrologia, una descrizione del cosmo e un testo sulla fisiognomica, la presunta arte di leggere il carattere dai tratti del volto.
Il Liber introductorius è un'opera enciclopedica e didattica, pensata per un lettore laico di alto rango. Accanto all'astrologia vi si trovano nozioni di musica, meteorologia e medicina. Michele vi discute anche la magia, distinguendo le arti lecite da quelle illecite, e proprio queste pagine, lette fuori contesto, contribuirono forse alla sua reputazione di negromante presso i lettori successivi.
La nascita della leggenda
La fama di mago si diffuse rapidamente. Oltre a Dante, Boccaccio lo ricorda in una novella del Decameron come gran maestro di negromanzia, onorato da molti gentiluomini. Altri racconti lo dicevano capace di predire la propria morte, che sarebbe giunta per la caduta di una piccola pietra sul capo, e di viaggiare per l'aria su un cavallo demoniaco. Sono storie che crescono di secolo in secolo.
In Scozia la leggenda prese un'altra strada. Si raccontava che fosse sepolto nell'abbazia di Melrose insieme ai suoi libri magici, e Walter Scott riprese questa tradizione nel poema The Lay of the Last Minstrel, pubblicato nel 1805, contribuendo a fissarla nell'immaginario romantico. Nessun documento conferma però né il luogo della sepoltura né l'esistenza di quei libri.
Michele Scoto rappresenta bene il destino di molti traduttori della scienza araba. Chi portava in Europa testi di astronomia e astrologia scritti in una lingua sconosciuta appariva, agli occhi dei contemporanei, depositario di un sapere misterioso. La sua opera reale, conservata in numerosi manoscritti, racconta invece la storia di un intellettuale che lavorò per mettere in comunicazione mondi diversi.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio