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Ruggero Bacone: l'Opus maius, la testa di bronzo e il Voynich

Il francescano Ruggero Bacone inviò l'Opus maius al papa nel 1267. Come il teorico della scienza sperimentale divenne il mago della leggenda inglese.

Nel 1267 un frate francescano inglese inviò a papa Clemente IV un grande trattato in sette parti, accompagnato da due opere complementari. L'autore era Ruggero Bacone, nato tra il 1214 e il 1220 circa e morto verso il 1292, e il trattato era l'Opus maius, un programma di riforma degli studi che dava un posto centrale alle lingue, alla matematica, all'ottica e a quella che egli chiamava scientia experimentalis.

L'Opus maius e la scienza sperimentale

Bacone aveva studiato e insegnato a Oxford e a Parigi prima di entrare nell'ordine francescano, verso il 1257. Il papa, che lo aveva conosciuto prima dell'elezione, gli aveva chiesto di inviargli i suoi scritti. Ne nacquero, oltre all'Opus maius, l'Opus minus e l'Opus tertium, composti in fretta e in parte sovrapposti, che mostrano un pensatore ambizioso e spesso polemico verso i dotti del suo tempo.

Nell'Opus maius Bacone sostiene che la conoscenza della natura deve essere verificata con l'esperienza e fondata sulla matematica. Dedica pagine celebri all'ottica, alla rifrazione e all'arcobaleno, e auspica lo studio diretto del greco, dell'ebraico e dell'arabo. Per lui la scienza era al servizio della fede e della Chiesa, non in opposizione a esse: un punto spesso dimenticato dai suoi ammiratori moderni.

La lettera sui segreti dell'arte e della natura

Al nome di Bacone è legata anche l'Epistola de secretis operibus artis et naturae, et de nullitate magiae, una lettera che descrive le meraviglie ottenibili con l'arte umana senza ricorrere alla magia. Vi si immaginano navi senza rematori, carri che si muovono senza animali e macchine per volare. La paternità del testo, almeno nella forma in cui ci è giunto, è discussa, e alcune parti sembrano aggiunte successive.

Il messaggio dell'Epistola è chiaro: molte cose che il volgo crede magiche sono in realtà effetti naturali o artificiali, e la magia degli incantatori è vana. Paradossalmente, proprio un testo che negava la magia contribuì a fare del suo presunto autore un mago, perché parlava di segreti, di specchi ingannatori e di sostanze capaci di prodigi, con un linguaggio volutamente allusivo.

La testa di bronzo e il manoscritto Voynich

Tra Cinque e Seicento la leggenda di frate Bacone si arricchì di episodi fantastici. Il più noto è quello della testa di bronzo parlante che egli avrebbe costruito per proteggere l'Inghilterra con un muro di bronzo, reso celebre dalla commedia di Robert Greene Friar Bacon and Friar Bungay, rappresentata intorno al 1589, e da racconti in prosa diffusi all'epoca tra i lettori popolari.

Nel Novecento il suo nome fu associato al manoscritto Voynich, il codice illustrato in una scrittura sconosciuta acquistato dal libraio Wilfrid Voynich nel 1912. Voynich riteneva che l'autore fosse Bacone, e alcuni tentativi di decifrazione partirono da questa idea. Le analisi al radiocarbonio condotte nel 2009 hanno datato la pergamena alla prima metà del Quattrocento, escludendo di fatto l'attribuzione.

Il Bacone storico e quello leggendario hanno in comune soltanto la curiosità. Il primo fu un frate erudito che credeva nell'unità tra sapienza e fede e nella forza della matematica; il secondo, un mago inventato dai lettori successivi. Non a caso John Dee, nel Cinquecento, ne collezionava i manoscritti con devozione, vedendo in lui un modello di filosofo naturale e un precursore.