La Biblioteca di Alessandria tra storia documentata e mito
Fondata dai Tolomei nel III secolo a.C., la Biblioteca di Alessandria fu il cuore della filologia antica. Cosa sappiamo davvero della sua fine.
Nessuna biblioteca dell'antichità ha lasciato un ricordo paragonabile a quella di Alessandria d'Egitto. Fondata all'inizio del III secolo a.C. sotto i primi sovrani della dinastia tolemaica, probabilmente per iniziativa di Tolomeo I e del figlio Tolomeo II, faceva parte del Museo, un'istituzione dedicata alle Muse in cui i dotti vivevano mantenuti dal re. Della sua storia conosciamo molto meno di quanto il suo mito lasci credere.
Raccogliere tutti i libri del mondo
Le fonti antiche attribuiscono un ruolo nella fondazione a Demetrio Falereo, filosofo ateniese rifugiatosi in Egitto, ma la sua partecipazione è discussa. L'ambizione era raccogliere i testi di tutti i popoli. Galeno racconta che i libri trovati sulle navi in arrivo nel porto venivano copiati e che ai proprietari si restituivano le copie, mentre gli originali restavano nella biblioteca reale.
Sul numero dei rotoli le fonti antiche discordano: si va da alcune decine di migliaia a settecentomila, cifre da prendere con cautela. Alla biblioteca si collegava anche la leggenda, narrata nella cosiddetta Lettera di Aristea, della traduzione greca della Bibbia ebraica affidata a settantadue sapienti giunti da Gerusalemme, da cui il nome di versione dei Settanta.
Bibliotecari e filologi
Ad Alessandria lavorarono alcuni dei più grandi studiosi dell'età ellenistica. Zenodoto di Efeso curò un'edizione dei poemi omerici; Eratostene di Cirene, bibliotecario nel III secolo a.C., stimò la circonferenza terrestre; Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia posero le basi della filologia critica. Il poeta Callimaco compilò i Pinakes, un catalogo ragionato degli autori greci, oggi perduto.
La biblioteca era dunque un luogo di lavoro filologico più che un semplice deposito. Lì si confrontavano le copie, si correggevano gli errori, si stabilivano i testi e si scrivevano commenti. Molti classici greci ci sono giunti nella forma che gli studiosi alessandrini avevano fissato, e il metodo di quel lavoro è alla radice della moderna critica del testo.
La fine: incendi e leggende
Non esiste un'unica distruzione della biblioteca. Plutarco e altri autori ricordano un incendio durante la guerra alessandrina di Giulio Cesare, nel 48 a.C., che colpì almeno parte dei libri; Seneca parla di quarantamila rotoli bruciati. Altri danni vennero dalle guerre del III secolo d.C., e nel 391 fu distrutto il Serapeo, il tempio che ospitava una biblioteca figlia.
Il racconto più famoso, secondo cui il generale arabo Amr ibn al-As avrebbe fatto bruciare i libri nel 642 per ordine del califfo Omar, compare solo in autori di molti secoli dopo ed è considerato dagli storici poco attendibile. Probabilmente la grande biblioteca si spense lentamente, per incuria, guerre e mancanza di fondi, più che per un singolo rogo spettacolare.
Per la storia dei libri magici, Alessandria è anche il simbolo di un mondo. Nell'Egitto greco-romano, di cui la città era la capitale culturale, furono scritti i testi ermetici e molti papiri magici greci, e a quell'ambiente il Rinascimento guardò come alla patria di una sapienza antichissima. Nel 2002 la moderna Bibliotheca Alexandrina, inaugurata vicino al sito antico, ne ha raccolto l'eredità simbolica.
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