Andrea Alciato e la nascita del libro di emblemi
Augusta 1531: l'Emblematum liber di Alciato unisce motto, immagine ed epigramma. Le origini dell'emblematica e i Hieroglyphica di Horapollo.
Nel 1531 lo stampatore Heinrich Steyner pubblicò ad Augusta un piccolo libro latino che avrebbe dato il nome a un intero genere: l'Emblematum liber del giurista milanese Andrea Alciato. Ogni pagina univa un breve motto, un'immagine incisa su legno e un epigramma che ne spiegava il senso. Questa formula semplice ebbe un successo enorme e fornì al Rinascimento e al Barocco un linguaggio visivo comune, che anche l'alchimia e la filosofia occulta avrebbero adottato.
Un giurista con la passione per l'antico
Alciato, nato nel 1492, era uno dei più celebri professori di diritto del suo tempo e insegnò in Francia e in Italia, a Bourges, Pavia, Bologna e Ferrara. Coltivava anche la poesia latina e la traduzione degli epigrammi greci dell'Antologia, da cui trasse molti spunti per i suoi componimenti. Nelle sue intenzioni gli emblemi erano probabilmente versi eruditi; furono gli editori a trasformarli in un libro illustrato.
La prima edizione di Augusta, infatti, uscì con xilografie aggiunte dallo stampatore, che l'autore non sembra aver controllato. Pochi anni dopo, nel 1534, l'editore parigino Chrétien Wechel ne pubblicò una versione più curata, con immagini meglio legate ai testi. Da allora il libro fu continuamente ristampato, ampliato e tradotto, con oltre cento edizioni nel corso del Cinquecento e del Seicento.
Motto, figura, epigramma
La struttura dell'emblema divenne canonica. In alto il motto, detto anche inscriptio, una frase breve e spesso enigmatica; al centro la pictura, cioè l'immagine; sotto la subscriptio, l'epigramma che scioglieva il rapporto tra parola e figura. Il lettore era invitato a un piccolo esercizio di interpretazione: l'immagine da sola era oscura, il testo da solo era astratto, e solo insieme rivelavano una verità morale.
Alciato stesso chiamò i suoi componimenti con il termine emblema, che in greco e in latino indicava un ornamento applicato, come un intarsio o un pannello di mosaico inserito in un pavimento. La scelta della parola suggeriva che ogni figura fosse un piccolo gioiello da incastonare nella memoria del lettore, pronto a essere riutilizzato nella conversazione, nella scrittura e nella decorazione di case e palazzi.
I soggetti erano tratti dalla mitologia, dalla storia naturale, dalla favola e dalla vita quotidiana. Un delfino attorcigliato a un'ancora, un elefante, una fenice o un albero spoglio diventavano simboli di prudenza, fedeltà, rinascita o caducità. Questo repertorio passò rapidamente alle arti decorative, alla pittura, agli arazzi e all'architettura effimera delle feste di corte.
Geroglifici e sapienza nascosta
L'emblematica si nutriva anche del mito dei geroglifici egizi. Nel 1419 il viaggiatore fiorentino Cristoforo Buondelmonti aveva acquistato sull'isola di Andro un manoscritto dei Hieroglyphica di Horapollo, un testo tardoantico che pretendeva di spiegare il significato simbolico dei segni egizi. Stampato da Aldo Manuzio nel 1505, il libro convinse gli umanisti che gli antichi sacerdoti avessero affidato la loro sapienza a immagini comprensibili solo agli iniziati.
Questa idea di un sapere nascosto nelle figure collegò l'emblema al mondo dell'ermetismo. Nel secolo successivo autori alchemici come Michael Maier costruirono interi libri secondo il modello di Alciato, applicandolo ai segreti della trasformazione. Così un'invenzione nata tra giuristi e letterati divenne uno degli strumenti più raffinati dell'iconografia esoterica europea.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio