Cristina di Svezia, l'alchimia e il fondo Reginense della Vaticana
La regina che abdicò nel 1654 portò a Roma una biblioteca nata anche dal bottino di Praga. I suoi codici formano oggi il fondo Reginense della Vaticana.
Nel 1654 Cristina di Svezia, figlia del re Gustavo Adolfo, abdicò al trono a soli ventisette anni, si convertì al cattolicesimo e scelse di vivere a Roma. Portò con sé una delle collezioni più straordinarie del suo tempo: dipinti, sculture, medaglie e una biblioteca ricca di manoscritti preziosi. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1689, quei codici entrarono nella Biblioteca Vaticana, dove formano ancora oggi il fondo detto Reginense.
Un bottino di guerra
Una parte della biblioteca di Cristina aveva origini drammatiche. Durante la guerra dei Trent'anni gli eserciti svedesi saccheggiarono biblioteche in Germania, in Boemia e in Polonia, portando a Stoccolma libri e manoscritti. Nel 1648, negli ultimi mesi del conflitto, le truppe svedesi presero il quartiere praghese di Malá Strana e il castello, dove si trovavano ancora parte delle collezioni di Rodolfo II.
A questi bottini si aggiunsero acquisti mirati. Cristina comprò, tra l'altro, i manoscritti raccolti dai Petau, una famiglia di eruditi francesi, ricchi di testi medievali. Il filologo olandese Isaac Vossius fu per alcuni anni suo bibliotecario. La regina leggeva e annotava, e voleva accanto a sé dotti di tutta Europa: anche Cartesio fu suo ospite a Stoccolma, dove morì nel 1650.
La regina e l'alchimia
A Roma, nel Palazzo Riario alla Lungara, Cristina coltivò interessi scientifici e filosofici che includevano l'alchimia. Le fonti ricordano un laboratorio e la frequentazione di cultori dell'arte, e la regina stessa lasciò appunti e raccolte di testi alchemici. Per lei, come per molti contemporanei, l'alchimia era insieme ricerca sulla natura e speculazione spirituale.
Alla sua cerchia è tradizionalmente legato il marchese Massimiliano Palombara, che nel 1680 fece scolpire nella sua villa sull'Esquilino una porta con simboli e motti alchemici. La cosiddetta Porta Magica sopravvive oggi nei giardini di piazza Vittorio Emanuele II, unico resto di quella villa. Il legame diretto tra la porta e la regina è suggestivo, ma non documentato in ogni dettaglio.
Dalla regina alla Vaticana
Alla morte di Cristina la biblioteca passò al cardinale Decio Azzolino, suo amico ed erede, che morì poche settimane dopo. Il nipote del cardinale cedette i manoscritti a Pietro Ottoboni, salito al soglio nel 1689 con il nome di Alessandro VIII, che nel 1690 ne destinò la maggior parte alla Biblioteca Vaticana. Altri codici restarono alla famiglia Ottoboni ed entrarono in Vaticana solo nel Settecento.
Il fondo Reginense comprende testi classici, cronache medievali, opere scientifiche e alcuni dei più antichi manoscritti in lingua francese conservati fuori dalla Francia. Le segnature che iniziano con Reg. lat. e Reg. gr. ne ricordano ancora oggi la provenienza a chi consulta i cataloghi. Non mancano codici di contenuto astrologico e alchemico, coerenti con gli interessi della regina, che attendono ancora in parte uno studio approfondito.
La storia della biblioteca di Cristina mostra come i libri seguissero le vicende politiche e personali del Seicento: saccheggiati in guerra, venduti dagli eredi degli eruditi, trasportati da una capitale all'altra e infine affidati alla custodia papale. Nei codici reginensi convivono così la memoria della corte di Praga, della cultura svedese e degli interessi alchemici di una regina che scelse Roma.
Grimori e ManoscrittiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio