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Picatrix: dal Ghāyat al-Ḥakīm arabo alla corte di Alfonso X

Il Picatrix, trattato andaluso di magia astrale noto in arabo come Ghāyat al-Ḥakīm: autore, fonti, traduzione alfonsina del 1256, lettori ed edizioni moderne.

Il Picatrix è il più importante trattato di magia astrale giunto all'Occidente latino dal mondo islamico. Il titolo originale arabo, Ghāyat al-Ḥakīm, significa «Lo scopo del saggio», e l'opera fu composta in al-Andalus, la Spagna musulmana, con ogni probabilità nel X secolo. Tradotta nella Castiglia del Duecento, circolò per secoli in Europa sotto un nome enigmatico, Picatrix, che il testo latino presenta come quello di un autore.

Autore e fonti

A lungo l'opera fu attribuita all'astronomo e matematico Maslama al-Majrīṭī, morto intorno al 1007, ma questa attribuzione è oggi considerata infondata. Studi recenti, in particolare quelli di Maribel Fierro, hanno proposto di identificare l'autore con Maslama ibn Qāsim al-Qurṭubī, erudito andaluso morto nel 964, al quale è attribuito anche un trattato di alchimia. La questione è ancora dibattuta, ma la collocazione andalusa è largamente accettata.

Il testo arabo attinge a una massa impressionante di fonti: trattati ermetici, testi astrologici ellenistici, scritti attribuiti ai Sabei di Harran, la cosiddetta Agricoltura nabatea e opere di filosofia neoplatonica. È una sintesi enciclopedica della magia astrale tardoantica e islamica, inserita in una cornice filosofica che presenta la magia come coronamento della conoscenza della natura e del cielo.

La traduzione castigliana e latina

Nel 1256, alla corte di Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, l'opera fu tradotta dall'arabo in castigliano; dalla versione castigliana, oggi conservata solo in frammenti, derivò la traduzione latina che circolò in tutta Europa. La corte alfonsina fu uno dei grandi centri di trasmissione del sapere arabo, e accanto al Picatrix produsse opere di astronomia, di astrologia e lapidari.

Il Picatrix latino è diviso in quattro libri. Il primo definisce la magia e il suo rapporto con la filosofia; il secondo tratta dei fondamenti astrologici e della natura dei talismani; il terzo dei pianeti, delle loro proprietà e delle preghiere rivolte agli spiriti planetari; il quarto raccoglie materiali eterogenei, tra cui descrizioni di culti attribuiti ai Sabei e ai sapienti antichi.

Lettori e riscoperta

Nel Rinascimento il Picatrix fu letto, spesso con discrezione, da filosofi e medici, e circolava nelle biblioteche di umanisti e principi. Si è ipotizzato che Marsilio Ficino ne conoscesse il contenuto quando scrisse il De vita, pubblicato nel 1489, il cui terzo libro tratta delle immagini astrali e dell'influsso dei pianeti. Il testo era tanto famoso quanto sospetto, e raramente veniva citato apertamente.

La riscoperta moderna si deve agli studiosi della Biblioteca Warburg di Amburgo, dove Aby Warburg e i suoi collaboratori lo considerarono una chiave per comprendere l'iconografia astrologica del Rinascimento. Hellmut Ritter pubblicò l'edizione del testo arabo nel 1933 e, con Martin Plessner, una traduzione tedesca nel 1962; David Pingree curò nel 1986 l'edizione critica della versione latina.

Il Picatrix rappresenta un ponte tra mondi: l'Egitto ellenistico, Harran, Baghdad, Cordova, la Castiglia di Alfonso, la Firenze dei Medici. La sua storia testuale mostra come la magia astrale abbia viaggiato attraverso lingue e religioni, adattandosi a ciascuna cultura, ed è anche un esempio di quanto la Spagna medievale sia stata decisiva nella formazione del sapere europeo.